Una sosta dell’anima

Una sosta dell’anima

Seduto sullo stallo del coro del monastero di San Martino delle Scale, con la Liturgia delle Ore tra le mani e il silenzio raccolto intorno, ho avvertito dentro di me qualcosa che fatico a chiamare semplicemente emozione. È stato piuttosto un sentirmi raggiunto, quasi custodito, da una pace antica, da una presenza discreta che non aveva bisogno di parole. In quel momento non ero lì per osservare soltanto la bellezza del luogo, né per lasciarmi colpire dalla finezza del legno intagliato. Ero lì, più profondamente, per sostare, per restare, per lasciarmi guardare da Dio nel silenzio.

Chi vive, come me, l'esperienza dell'oblazione benedettina nel secolo sa bene quanto sia prezioso ritrovare, anche per un istante, un luogo in cui l'anima possa tornare a respirare secondo un ritmo più vero. Noi oblati non viviamo stabilmente tra le mura del monastero e tuttavia portiamo dentro il desiderio che lo spirito del monastero plasmi il nostro modo di abitare il mondo. Per questo, sedendomi su quello stallo del coro, non ho provato la sensazione di essere un estraneo in visita, ma piuttosto quella, intima e grata, di chi ritrova una casa dello spirito. Come se quel silenzio, quel legno segnato dal tempo, quella compostezza severa e luminosa del coro mi ricordassero chi sono o almeno chi desidero diventare davanti a Dio.

In quei momenti comprendo meglio quanto la spiritualità benedettina non sia fatta anzitutto di idee ma di una forma concreta del vivere, del pregare, dell'ascoltare. San Benedetto insegna una via sobria, umile, paziente; una via che non cerca lo straordinario ma la trasfigurazione del quotidiano e forse proprio per questo mi sento così profondamente interpellato da essa. Perché nella vita ordinaria, spesso dispersa tra impegni, pensieri, fatiche e contraddizioni, il cuore rischia di smarrire il centro, invece la sapienza benedettina riporta sempre lì: all'essenziale, al primato di Dio, al valore del silenzio, alla fedeltà delle piccole cose.

Seduto in quel coro, con il capo chino sulla Liturgia delle Ore, mi è tornata nel cuore la verità semplice e disarmante della lectio divina. Leggere, nella tradizione benedettina, non è accumulare pensieri, ma lasciarsi lentamente abitare dalla Parola, è un atto di disponibilità, quasi di resa amorosa. Non si legge per possedere un testo, ma perché il testo ci possieda, ci purifichi, ci converta, ci consoli. In quel momento ho sentito che anche il mio stare lì, così raccolto e silenzioso, era già una preghiera, non perfetta, non eroica, forse nemmeno intensa come avrei desiderato ma vera, a volte, davanti a Dio, è proprio questa verità povera e nuda che conta più di tutto.

Mi ha colpito anche il legno del coro, così ricco di intagli, così denso di storia, così carico di mani, di voci, di salmi, di attese. Quegli stalli non sono semplici arredi: sono luoghi consumati dalla fedeltà. Pensare a quanti monaci, nei secoli, vi si sono seduti per lodare Dio, per combattere le proprie distrazioni, per affidargli la propria fragilità, mi ha fatto sentire piccolo ma in modo buono. Mi ha ricordato che la preghiera non nasce mai soltanto da noi. Siamo sempre preceduti, sempre accompagnati, sempre introdotti, con misericordia, in una corrente più grande della nostra povertà. E questo, per chi come me vive la propria ricerca spirituale nel cuore della vita secolare è una consolazione immensa.

C'è poi un aspetto della spiritualità benedettina che mi tocca sempre in profondità: la stabilità. Non solo quella del luogo, ma quella del cuore. In un tempo come il nostro, che ci spinge continuamente altrove, che ci abitua alla fretta, al cambiamento, alla dissipazione, la lezione di san Benedetto appare quasi rivoluzionaria. Restare, perseverare, tornare ogni giorno all'essenziale. Non inseguire sempre nuove emozioni spirituali, ma lasciarsi formare lentamente dalla fedeltà. Seduto su quello stallo, ho sentito che anche a me viene chiesto questo: non una santità clamorosa ma una presenza più unificata; non grandi gesti ma il coraggio di restare davanti a Dio con cuore sincero, anche quando tutto dentro vorrebbe fuggire.

Forse è proprio questo che desidero custodire tornando ai miei giorni ordinari: il ritmo interiore del monastero. Non una fuga dal mondo ma un modo diverso di starci dentro: portare nel cuore una cella silenziosa, fare spazio alla Parola, imparare la misura, restituire dignità ai gesti semplici, ricordarmi che il tempo non è solo qualcosa da riempire, ma anche da offrire. In fondo, essere oblato benedettino secolare significa proprio questo per me: cercare di far passare nella trama comune della vita una luce monastica, discreta ma reale, capace di ordinare l'anima e di ricondurla a Dio.

Riguardando questa immagine, non vedo tanto me stesso quanto un desiderio. Il desiderio di appartenere più profondamente al Signore. Il desiderio di imparare il silenzio, non come vuoto, ma come spazio abitato. Il desiderio di lasciarmi scolpire, un poco alla volta, dalla pazienza di Dio, così come quel legno antico è stato lavorato da mani sapienti fino a diventare luogo di preghiera e sento che questa è forse una delle grazie più belle che il carisma benedettino può donare a chi vive nel mondo: insegnargli che anche la vita ordinaria può diventare monastero interiore e che anche nel cuore delle occupazioni quotidiane è possibile restare, umilmente, alla presenza di Dio.

A San Martino delle Scale ho sentito tutto questo con una chiarezza quieta, senza clamore. Come accade nelle cose di Dio, che spesso non irrompono, ma si posano. E io vorrei imparare proprio questo: lasciarmi visitare da quella pace, custodirla, non tradirla troppo in fretta perché ci sono luoghi che non si limitano a ospitarci: ci interrogano, ci raccolgono, ci riconducono all'essenziale. Per me, quel coro è stato uno di questi luoghi. E questa sosta, più che un ricordo, è diventata una piccola consegna per il cammino: vivere nel mondo senza perdere il gusto di Dio, abitare il tempo senza smarrire l'eterno, cercare il silenzio non per allontanarmi dalla vita ma per ritrovarne il centro in Lui.

Gioacchino Eduardo Lazzara

Gioacchino Eduardo Lazzara è poeta e scrittore. La sua poesia nasce dall'incontro tra interiorità, sensibilità umana e ricerca spirituale, in un percorso che unisce contemplazione, ascolto e attenzione verso l'altro.

Oblato benedettino e volontario presso AIL (Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mielomi), porta nella scrittura il duplice segno del silenzio interiore e della prossimità umana. Anche nel confronto con serie prove di salute, ha mantenuto uno sguardo composto, dignitoso e aperto alla speranza. Da questa esperienza prende forma una voce limpida e meditativa, capace di interrogare il mistero dell'esistenza e di esplorare il dialogo sottile tra umano e divino.

I suoi versi si muovono in uno spazio di confine tra parola e silenzio, memoria e trascendenza, esperienza personale e apertura al mistero. Nella sua opera, la tradizione poetica italiana incontra la spiritualità monastica, dando vita a una parola essenziale e intensa, orientata alla ricerca di un significato più profondo dell'esperienza umana.

Ha pubblicato Frammenti... d'anima (Dantebus Edizioni) e La poesia dell'anima - Canti interiori tra umano e divino (BookSprint Edizioni), raccolte che testimoniano un coerente cammino poetico e spirituale. In esse la parola poetica si fa luogo di meditazione, ascolto e rivelazione interiore.

https://www.gioacchinoeduardolazzara.it
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