Chi sono

Uomo anziano con capelli grigi e barba, indossa occhiali da sole scuri, maglione rosso e camicia a quadri, sfondo bianco.


BIOGRAFIA

Sono nato e cresciuto a Palermo, non già come in una cornice, ma nel grembo vivo che ha dato forma al mio respiro e al mio dire. Tra pietre temprate dai secoli e mercati colmi di voci e di salmi terrestri, i miei studi classici hanno educato lo sguardo alla misura e al luminoso, insegnandomi a interrogare i miti per attingervi stille di verità. In quelle aule ho appreso che la parola, quando è fedele, non serve a travestire ma a svelare. La poesia è divenuta presto il mio varco e il mio altare: non esercizio di stile, ma liturgia dell’interiorità. Ogni verso che traccio è un’offerta, un frammento di cuore deposto su una mensa invisibile; nasce dalla carne delle esperienze, dal tremito delle gioie trattenute, dalla piaga luminosa delle ferite. Scrivere, per me, è scavare nella miniera dell’umano, cercando la vena d’oro che scorre sotto la polvere: l’ombra e la luce congiunte, la caducità che anela all’Eterno. Palermo e la Sicilia sono il mio thesaurus di immagini e di senso: strade intrise di sale e di sole, cortili dove il silenzio prende voce, tramonti che si scompongono nel mare come un inno vespertino. Ogni vicolo custodisce un enigma, ogni pietra reca un’orma, ogni sera, incendiando l’orizzonte, ricorda la bellezza e la fugacità del vivere. Qui ho imparato l’arte dell’attenzione: il pane che profuma l’alba, il gesto assorto di un anziano, il filo di brezza che piega un ramo, minuzie solo in apparenza ma in realtà sacramenti del quotidiano. Il Monastero benedettino di San Martino delle Scale a Monreale appartiene alla mia geografia interiore quanto le vie di Palermo. Lì ho appreso il ritmo che raccoglie e innalza: Ora et labora. Tra il profumo d’incenso che ascende come orazione e il canto gregoriano che fendendo il tempo lo trasfigura, il cuore ritrova la sua cadenza. La Regola di san Benedetto mi ha insegnato la sapienza dell’equilibrio, la discrezione che discerne, l’obbedienza del cuore che libera, la stabilitas che radica e apre insieme. In quelle ore scandite dalla campana ho compreso che l’immanenza è la soglia della trascendenza, e che ogni cosa, se amata e custodita, è scala verso l’Altissimo. Nelle notti palermitane, quando la luna vela i tetti e il mare sussurra come un salmo notturno, ritrovo il mio chiostro segreto. Il vento sfoglia le fronde come antifonari, le stelle ammaestrano il desiderio, e una parola, toccata da quell’ora, passa dall’abitudine alla verità. Allora la poesia si fa vigilia: tenta l’impossibile, trattiene l’istante, dà corpo all’effimero, chiama per nome ciò che fuggirebbe. È un atto di resistenza e insieme di resa: dico “eccomi” in un tempo che consuma, e imparo la lentezza che salva, la domanda che non pretende, l’ascolto che custodisce. Ogni componimento contiene centimetri di cuore e grammi d’anima, granelli di sogni e frammenti di memoria: è un espormi senza armature, un mostrarmi nudo e, per questo, più vero. Nel segreto dell’introspezione la parola si fa preghiera, e la pagina, da rifugio, diviene ponte. Quando leggo ad alta voce, sento formarsi un vincolo sottile che attraversa spazio e tempo: ciò che ho deposto sul foglio risuona in altri petti e torna a me trasfigurato. Così la poesia consola e inquieta, riconcilia e accende; soprattutto, ci rende meno soli nelle nostre battaglie e nei nostri aneliti. Il mio sogno è mordere la crosta delle cose per rivelarne il midollo di luce: invitare a scorgere la poesia laddove sembra assente, nei gesti minimi, nei silenzi gravidi, nelle crepe da cui filtra il cielo. La scrittura, allora, è un atto d’amore e di gratitudine: un’invocazione che celebra la fragilità e la meraviglia dell’esistenza, e consegna piccoli doni di bellezza a chi vorrà raccoglierli, fosse anche per un solo battito.Continuo a scrivere portando nel sangue il calore e le contraddizioni della mia terra amata e vilipesa: Palermo e la Sicilia come grammatica e accento del mio dire, come tela su cui ricamo. Ogni testo è un ringraziamento e una promessa: alla storia che mi ha plasmato, alla Regola che mi ha ordinato, alla Verità che mi chiama oltre. Vivo nell’armonia esigente tra immanenza e trascendenza, tra il lavoro delle mani e l’orazione del cuore e mentre inseguo parole capaci di fedeltà, il cammino si prolunga come una strada al vespro. Passo dopo passo, con la quieta ostinazione benedettina, proseguo la mia ricerca: stabilis in principio, peregrinus nel desiderio dell’Assoluto.