Assetato d’infinito

C’è una sete che non si spegne con l’acqua. È una fame che non si placa col pane. La riconosco ogni mattina quando la campana suona e l’aria ha il sapore del primo salmo: è la sete d’infinito. Non è una fuga dal mondo, né una nostalgia vaga; è un’urgenza concreta che abita le cose semplici e chiede di essere custodita dentro il ritmo dell’ “ora et labora”.

Come oblato benedettino vivo questa sete nella ferialità: tra il lavoro che lima il superfluo, la preghiera che dilata il cuore e gli incontri che mi ricordano che l’altro è sempre un volto che apre. La Regola mi educa a una misura che non restringe, ma apre: stabilità invece di dispersione, obbedienza invece di capriccio, conversione continua invece di inizi entusiasti che si dissolvono. In questo spazio sobrio, l’infinito non è uno spettacolo grandioso ma una presenza discreta.

Ho imparato che la fedeltà al piccolo è la porta del grande. Un’ora vissuta bene, un gesto fatto con cura, un ascolto senza fretta: sono crepe nel quotidiano da cui filtra una luce più vasta. L’infinito si lascia intravedere così, come un respiro che passa attraverso il filo dei doveri, come lievito nell’impasto dell’anima. Non servono vertigini: basta restare, tornare, ricominciare.

C’è un paradosso che mi accompagna: più sto nel limite, più sento lo spazio. Quando rinuncio a riempire ogni silenzio, scopro che il silenzio parla. Quando non rincorro ogni desiderio, i desideri si chiariscono. Quando accetto di essere creatura, tempo, corpo, relazioni,  l’Increato si fa vicino. È una sete che non consuma, perché non si attacca al possesso; desidera un Tu, non una cosa.

Nella giornata dell’oblato, i segni sono semplici: il salmo che insiste, il lavoro che chiede pazienza, la tavola condivisa, la pagina letta lentamente. Eppure, in questi frammenti, se non scappo, l’Eterno scende. La stabilità non è immobilità, è radicamento; l’obbedienza non è servilismo, è ascolto; la conversione non è sforzo titanico è consentire alla grazia di rifare casa in me, a poco a poco.

Essere assetati d’infinito, allora, non significa vivere perennemente insoddisfatti, significa orientare tutto, il tempo, gli affetti, il lavoro verso una sorgente che non è mia ma si lascia attingere. È un pellegrinaggio fermo: i piedi restano dove sono, il cuore cammina. E quando la sera arriva e il giorno si chiude, la sete è ancora lì, quieta come un fuoco sotto la cenere. Non pretende: attende.

Se c’è una cosa che vorrei custodire e condividere in questo spazio è proprio questa: l’infinito non è altrove, è nel frammento che accetto di abitare, è nella fedeltà minuta, è nel volto che incontro, è nella gioia sobria di chi sa di non bastarsi e per questo si apre. L’infinito non si conquista: si riceve. E la campana, ogni giorno, mi ricorda che la sorgente è vicina. Basta venire. Basta restare.

 

Gioacchino Eduardo Lazzara

Gioacchino Eduardo Lazzara è poeta e scrittore. La sua poesia nasce dall'incontro tra interiorità, sensibilità umana e ricerca spirituale, in un percorso che unisce contemplazione, ascolto e attenzione verso l'altro.

Oblato benedettino e volontario presso AIL (Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mielomi), porta nella scrittura il duplice segno del silenzio interiore e della prossimità umana. Anche nel confronto con serie prove di salute, ha mantenuto uno sguardo composto, dignitoso e aperto alla speranza. Da questa esperienza prende forma una voce limpida e meditativa, capace di interrogare il mistero dell'esistenza e di esplorare il dialogo sottile tra umano e divino.

I suoi versi si muovono in uno spazio di confine tra parola e silenzio, memoria e trascendenza, esperienza personale e apertura al mistero. Nella sua opera, la tradizione poetica italiana incontra la spiritualità monastica, dando vita a una parola essenziale e intensa, orientata alla ricerca di un significato più profondo dell'esperienza umana.

Ha pubblicato Frammenti... d'anima (Dantebus Edizioni) e La poesia dell'anima - Canti interiori tra umano e divino (BookSprint Edizioni), raccolte che testimoniano un coerente cammino poetico e spirituale. In esse la parola poetica si fa luogo di meditazione, ascolto e rivelazione interiore.

https://www.gioacchinoeduardolazzara.it
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