Purchè tu viva

 (“io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva .” Ez 33,11)

 

Non godo della tua morte. Non ho impastato la terra col respiro per avere una creatura da seppellire.

Quando ti chiamo, non è per farti uscire dal nascondiglio e colpirti, è perché lì dentro ti manca l'aria.

Conosco il male che hai fatto, conosco il nome di chi ancora ne soffre. La mia misericordia non gli chiude gli occhi, non dice al sangue: non sei stato versato. Scende dove nessuno vuole scendere e proprio lì, accanto alla verità che ti condanna, ti apre una strada.

Tu dici: è tardi, e guardi le tue mani come si guarda una casa dopo l'incendio.

Io vedo quelle mani, non ti chiedo di nasconderle: aprile, lascia cadere ciò che ancora stringono, il rancore, la pietra, l'ultimo diritto di ferire.

Non devi portarmi in dono un passato innocente, non ce l'hai. Portami questo istante in cui puoi ancora scegliere di non aggiungere una ferita.

Torna. Anche se la prima preghiera sarà soltanto un pianto, anche se saprai dire soltanto: ho fatto male.

Non distoglierò il volto. Resterò con te mentre imparerai a piangere ciò che non puoi restituire.

Non ti prometto che non farà male, ti prometto che il dolore non dovrai attraversarlo solo.

Guarda le mie mani: le ho lasciate aperte anche quando le inchiodavano; da quella croce ti ho visto, e non ho smesso di volerti vivo.

Perciò non chiamare umiltà il tuo disperare di me, non fare della tua colpa la pietra che chiude ogni ingresso. Finché hai fiato, chiamami, anche dal varco, anche senza alzare gli occhi.

Io non desidero la terra sopra di te, ma la terra sotto i tuoi piedi, il tuo volto rivolto a chi hai ferito senza più cercare una difesa.

Desidero il mattino in cui qualcuno non avrà paura sentendoti arrivare.

Non la tua morte, figlio. Il primo giorno della tua vita nuova.

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