Caro Francesco d’Assisi …
Caro Francesco d’Assisi,
fratello tra i fratelli e servo dell’Altissimo,
ti scrivo alla luce del tuo Cantico delle creature, dove ogni creatura è chiamata “sora” e ogni cosa buona è occasione di “laude”. Nella Tua melodia antica riconosco il battito del mondo di oggi: città che brulicano di vita e di attese, campagne assetate, mari che portano memorie di popoli in cammino, confini che spesso fanno male e, insieme, mani che si tendono. Il tuo canto mi insegna che nulla è estraneo al cuore umano quando lo sguardo sa riconoscere fraternità.
Francesco, intercedi perché cresca in noi una compassione concreta, capace di tradursi in scelte. Donaci di ascoltare il grido dei poveri e il grido di “sora nostra matre terra” come un’unica supplica; di vedere la fame non come statistica ma come volto; la guerra non come notizia ma come pianto di madri e padri; la migrazione non come problema ma come storia sacra di ricerca e di speranza. Fa’ che le nostre case si aprano, che le nostre comunità diventino luoghi di accoglienza, protezione e dignità, dove nessuno sia scartato per la sua lingua, il colore della pelle, il passaporto o la storia ferita che porta con sé.
Insegnaci l’arte della pace: non solo assenza di conflitti, ma tessitura paziente di rapporti giusti. Che la parola diventi ponte e non lama, che la memoria curi e non avveleni. Donaci la mitezza che disarma, il coraggio di dialogare anche quando è più facile alzare muri, la perseveranza di ricominciare quando l’incomprensione spegne il respiro. Rendici artigiani di riconciliazione nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, tra popoli che si temono e si ignorano, perché ogni frattura può diventare feritoia di luce.
Tu che hai chiamato “sor’aqua” l’acqua “humile et pretiosa”, rendici custodi della casa comune. Che impariamo a vivere con sobrietà lieta, a consumare con responsabilità, a restituire “a sora nostra matre terra” ciò che le dobbiamo. Sostieni chi coltiva, chi cura, chi pulisce, chi insegna, chi soccorre: i tanti, silenziosi guardiani del bene comune. E quando le logiche di profitto soffocano la dignità, donaci libertà interiore per scegliere ciò che fa vivere, anche a costo di perdere qualcosa.
Ti affido i bambini, perché possano crescere senza violenza, con pane, gioco e scuola; gli anziani, perché siano ascoltati e onorati; le donne e gli uomini che subiscono ingiustizia, perché trovino giustizia e riscatto; i malati e chi li assiste, perché non manchino loro tenerezza e cura; chi ha responsabilità pubbliche, perché cerchi non il vantaggio di pochi ma il bene di tutti. Ti affido le comunità di fede: che non si ripieghino su sé stesse, ma stiano dove la vita è più esposta, con il Vangelo nelle mani e il grembiule ai fianchi.
Vorrei che la mia vita, fratello Francesco, diventasse un piccolo cantico umano: un sì quotidiano che si fa pane condiviso, parola che consola, tempo donato, competenza messa a servizio, scelta politica come forma alta di carità, economia che non uccide ma promuove, cura del creato come atto di giustizia verso i poveri di oggi e di domani. Quando la rassegnazione sussurra che “non cambia nulla”, ricordami che il bene è contagioso come un seme di senape, e che ogni gesto, per quanto minimo, ha peso eterno se compiuto nell’amore.
Dammi, nella fatica, la letizia che tu conoscevi: non ingenuità, ma fiducia ostinata che vede già, nel buio, l’alba possibile. E quando verrà l’ora di consegnare tutto, ricordamelo tu, fratello della gioia perfetta: che anche “sora nostra morte corporale” è visitata dalla speranza, e che ciò che avremo amato non andrà perduto.
“Laudato sie, mi’ Signore”, per le mani che curano, per le frontiere che diventano abbracci, per le città che imparano l’ospitalità, per i giovani che sognano giustizia, per i vecchi che custodiscono memoria, per i piccoli che ci evangelizzano con la loro fiducia. “Laudato sie, mi’ Signore” per la pace possibile, “per sora nostra matre terra” che ancora fiorisce, per “sor’aqua” che disseta, per “per frate focu” che riscalda, per “frate vento” che porta il profumo di un mondo nuovo.
Fa’ di me, fa’ di noi, strumenti “humili” e tenaci di questo mondo nuovo: fratelli e sorelle, insieme, perché nessuno si salvi da solo e tutti possano cantare, con voce finalmente libera, la lode “all’ Altissimu, onnipotente, bon Signore”.
Palermo 30 giugno 2026.
Fratel Gioacchino Eduardo